Malattie professionali da rumore nell’industria: riconoscimento e indennizzo INAIL

Il rumore prodotto da presse, torni, mole, impianti, compressori e altre attrezzature industriali non rappresenta soltanto un disturbo durante il lavoro. Quando l’esposizione è significativa e si protrae nel tempo può danneggiare progressivamente l’apparato uditivo, fino a provocare una riduzione permanente della capacità di sentire.
L’ipoacusia da rumore è ancora oggi una delle malattie professionali più diffuse. Quando viene diagnosticata, il lavoratore può chiedere all’INAIL il riconoscimento dell’origine professionale e accedere alle prestazioni previste. L’indennizzo, tuttavia, non è automatico: è necessario ricostruire l’esposizione, dimostrare il rapporto con il lavoro svolto e accertare l’entità della menomazione.
Per l’azienda, una segnalazione di ipoacusia professionale deve diventare anche un’occasione per verificare se la valutazione del rischio rumore, le misure di prevenzione e la sorveglianza sanitaria rappresentino ancora le reali condizioni di lavoro.

Quali danni può causare il rumore industriale
La patologia più tipicamente collegata all’esposizione professionale al rumore è l’ipoacusia neurosensoriale bilaterale e simmetrica.
Il danno si sviluppa generalmente in modo graduale. Proprio per questo può essere sottovalutato nelle fasi iniziali: il lavoratore può abituarsi alla difficoltà uditiva e accorgersi del problema soltanto quando fatica a comprendere le conversazioni, soprattutto in ambienti già rumorosi.
Tra i segnali che richiedono una valutazione medica possono rientrare:
difficoltà nel comprendere le parole;
necessità di aumentare il volume di televisione o dispositivi;
sensazione di orecchio ovattato dopo il turno;
percezione meno nitida di alcuni suoni;
affaticamento durante le conversazioni;
fischi o ronzii, indicati come acufeni.
Questi sintomi non dimostrano da soli l’origine professionale. L’ipoacusia può infatti dipendere anche dall’età, da patologie, farmaci ototossici, traumi, esposizioni extralavorative o dalla combinazione di più fattori.
La diagnosi deve quindi essere accompagnata da una valutazione specialistica e dalla ricostruzione della storia lavorativa. Secondo l’INAIL, proprio la possibile presenza di concause rende necessario analizzare con attenzione il nesso tra la patologia e il rumore presente sul lavoro. Approfondimento INAIL sul rischio rumore.
Perché il rischio è frequente negli ambienti industriali
In un ambiente industriale il rumore può provenire contemporaneamente da diverse sorgenti.
Presse, utensili pneumatici, linee automatizzate, motori, ventilatori, impianti di aspirazione, operazioni di taglio, molatura, martellatura o movimentazione possono creare un’esposizione continua oppure caratterizzata da picchi improvvisi.
La presenza di un macchinario rumoroso non è però l’unico elemento da considerare.
L’esposizione effettiva dipende anche da:
tempo trascorso vicino alla sorgente;
mansioni realmente svolte;
distanza dalle macchine;
caratteristiche acustiche dell’ambiente;
riverbero prodotto dalle superfici;
contemporaneità di più lavorazioni;
manutenzione delle attrezzature;
presenza di rumori impulsivi;
utilizzo corretto e continuativo degli otoprotettori;
eventuale esposizione combinata a vibrazioni o sostanze ototossiche.
Per questo non è sufficiente consultare il livello sonoro dichiarato dal produttore della macchina. La valutazione deve ricostruire l’esposizione personale del lavoratore durante una giornata o una settimana rappresentativa.
Le soglie previste per il rischio rumore
Il D.Lgs. 81/2008 individua tre livelli di riferimento per l’esposizione giornaliera al rumore:
80 dB(A): valore inferiore di azione;
85 dB(A): valore superiore di azione;
87 dB(A): valore limite di esposizione.
Il superamento di 80 dB(A) non indica automaticamente che un lavoratore abbia sviluppato o svilupperà una malattia professionale. Attiva però specifici obblighi di valutazione, informazione, formazione e protezione.
Al raggiungimento o al superamento del valore superiore di azione diventano necessarie misure più incisive, compreso un programma di interventi tecnici e organizzativi. L’uso degli otoprotettori deve essere effettivo, mentre la sorveglianza sanitaria assume un ruolo centrale.
Il valore limite di 87 dB(A), calcolato considerando l’attenuazione garantita dai dispositivi di protezione uditiva, non deve essere superato. Le soglie e il livello di esposizione giornaliera sono illustrati nella documentazione tecnica dell’INAIL sul rumore nei luoghi di lavoro.
Alla base delle misure di prevenzione deve esserci una valutazione del rischio rumore adeguata, aggiornata e rappresentativa delle condizioni reali di lavoro. Le misurazioni e la documentazione prodotta permettono al Datore di Lavoro di motivare la scelta degli interventi tecnici, organizzativi e dei dispositivi di protezione. Senza una valutazione correttamente documentata diventa difficile dimostrare che le misure adottate siano state individuate e applicate in modo adeguato.

Quando l’ipoacusia può essere riconosciuta come malattia professionale
In Italia è previsto un sistema misto.
Sono tutelate sia le malattie comprese nelle tabelle ufficiali, quando ricorrono le condizioni indicate, sia le patologie non tabellate per le quali il lavoratore riesca a dimostrare il collegamento con l’attività professionale.
La tabella delle malattie professionali nell’industria, aggiornata con il decreto del 10 ottobre 2023, include l’ipoacusia da rumore. Sono considerate diverse attività industriali rumorose e, più in generale, le lavorazioni svolte abitualmente e sistematicamente che comportano un’esposizione personale giornaliera o settimanale superiore a 80 dB(A).
Tra gli esempi riportati figurano lavorazioni con presse, mole, martelli pneumatici, macchine per il legno, frantoi, forni elettrici ad arco, macchine vibranti da fonderia e impianti per l’imbottigliamento o l’imbarattolamento.
Per l’ipoacusia tabellata nell’industria è indicato un periodo massimo di indennizzabilità di quattro anni dalla cessazione della lavorazione. La situazione concreta deve comunque essere valutata individualmente, soprattutto in presenza di attività differenti, esposizioni non documentate o diagnosi tardive. Consulta la tabella delle malattie professionali pubblicata in Gazzetta Ufficiale.
La presenza della malattia nella tabella facilita il riconoscimento quando patologia, lavorazione ed epoca di manifestazione corrispondono alle condizioni previste. Non significa però che qualsiasi deficit uditivo riscontrato in un lavoratore dell’industria venga automaticamente attribuito al lavoro.
Cosa valuta l’INAIL
L’INAIL deve accertare sia l’esistenza della patologia sia il collegamento causale con l’esposizione professionale.
Durante l’istruttoria possono assumere rilievo:
certificato medico di malattia professionale;
visite specialistiche otorinolaringoiatriche;
esami audiometrici eseguiti nel tempo;
cartella sanitaria e di rischio;
mansioni svolte dal lavoratore;
durata e continuità dell’esposizione;
valutazioni fonometriche aziendali;
documento di valutazione dei rischi;
caratteristiche delle macchine e delle lavorazioni;
utilizzo e adeguatezza degli otoprotettori;
precedenti rapporti di lavoro rumorosi;
fattori personali o extralavorativi che possono aver contribuito al danno.
Un singolo esame audiometrico non ricostruisce da solo l’intera esposizione. È particolarmente utile poter confrontare controlli effettuati in anni differenti, verificando quando è comparso il peggioramento e come si è evoluto.

Come si avvia la denuncia di malattia professionale
Il primo passaggio è la valutazione da parte di un medico, che trasmette telematicamente all’INAIL il certificato di malattia professionale.
Il lavoratore deve comunicare al Datore di Lavoro i riferimenti del certificato entro 15 giorni. Il Datore di Lavoro deve quindi trasmettere la denuncia all’INAIL entro cinque giorni dalla ricezione della comunicazione.
La denuncia deve essere presentata anche quando l’azienda ritiene che la patologia non sia collegata al lavoro: il Datore di Lavoro non può sostituire la propria valutazione a quella dell’Istituto.
Se il lavoratore non è più occupato può rivolgersi direttamente all’INAIL. Può procedere personalmente anche in caso di inerzia del precedente o attuale Datore di Lavoro. L’INAIL indica inoltre un termine di prescrizione di tre anni dalla manifestazione o dalla diagnosi della malattia, ma è sempre opportuno attivare la procedura tempestivamente. Procedura INAIL per il riconoscimento della malattia professionale.
Indennizzo INAIL e risarcimento: una distinzione importante
Quando l’INAIL riconosce una malattia professionale può valutare l’eventuale diritto alle prestazioni previste dalla tutela assicurativa. Nel linguaggio tecnico si parla di indennizzo INAIL, non di risarcimento: il tipo di prestazione e la sua entità dipendono dagli accertamenti effettuati dall’Istituto e non possono essere determinati sulla base della sola diagnosi. Un’eventuale richiesta di risarcimento nei confronti del Datore di Lavoro segue invece un percorso distinto e richiede una specifica valutazione dei presupposti. Per conoscere le prestazioni applicabili al singolo caso è opportuno rivolgersi direttamente all’INAIL, a un patronato o a un professionista competente.
Cosa deve fare l’azienda dopo una segnalazione
La prima responsabilità del Datore di Lavoro è rispettare i termini della denuncia INAIL.
Parallelamente, è opportuno verificare se la segnalazione evidenzi una criticità ancora presente nell’organizzazione. Il controllo dovrebbe riguardare non soltanto il DVR, ma anche le condizioni reali dei reparti e delle singole mansioni.
È necessario chiedersi:
le misurazioni fonometriche sono aggiornate?
rappresentano tutte le lavorazioni e i turni effettivi?
sono state considerate le esposizioni intermittenti e i picchi?
le macchine sono mantenute correttamente?
sono presenti schermature, cabine o sistemi di isolamento?
i lavoratori utilizzano realmente gli otoprotettori?
i DPI sono adatti allo spettro del rumore e compatibili con gli altri dispositivi?
la sorveglianza sanitaria ha evidenziato peggioramenti?
sono cambiate attrezzature, volumi produttivi o modalità operative?
Se emerge un’anomalia, non è sufficiente modificare formalmente il documento. Devono essere riviste le misure tecniche e organizzative che incidono sull’esposizione.
Le cuffie non sostituiscono la riduzione del rumore
Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare cuffie e inserti auricolari come la soluzione principale.
Gli otoprotettori sono importanti, ma intervengono sul lavoratore già esposto. La prevenzione deve partire dalla sorgente e dall’ambiente attraverso:
scelta di macchine meno rumorose;
manutenzione preventiva;
sostituzione di componenti usurati;
isolamento o incapsulamento delle sorgenti;
pannelli e trattamenti fonoassorbenti;
separazione delle lavorazioni rumorose;
aumento della distanza tra operatore e sorgente;
automazione o comando a distanza;
organizzazione dei tempi di esposizione;
delimitazione e segnalazione delle aree;
formazione e controllo sull’utilizzo dei DPI.
Il dispositivo di protezione deve essere scelto in base al rumore misurato e alle condizioni operative. Una protezione insufficiente lascia il lavoratore esposto; una protezione eccessiva può invece ostacolare la comunicazione e la percezione dei segnali di allarme.
Valutare oggi il rischio evita danni difficili da correggere domani
L’ipoacusia professionale si sviluppa spesso senza un episodio immediatamente riconoscibile. Quando la difficoltà uditiva diventa evidente, il danno può essere già consolidato.
Per questo una valutazione del rischio rumore attendibile non serve soltanto a rispettare il D.Lgs. 81/2008. Permette di individuare le sorgenti più critiche, programmare gli interventi, proteggere i lavoratori e costruire una documentazione coerente con l’attività realmente svolta.
81 Sicurezza esegue sopralluoghi, rilevazioni fonometriche, analisi dell’esposizione e redazione della documentazione tecnica, affiancando le aziende nella scelta delle misure di prevenzione e nel relativo aggiornamento.
📍Corso Umberto I, 229 - 08015 Macomer (NU), Italia
📞 0785 742082
Domande frequenti sulle malattie professionali da rumore
L’ipoacusia da rumore è sempre riconosciuta dall’INAIL?
No. Devono essere accertati la patologia, l’esposizione professionale e il collegamento tra i due elementi. Vengono valutati anche l’età, le esposizioni extralavorative e le eventuali concause.
Gli acufeni sono sufficienti per ottenere un indennizzo?
No. Fischi e ronzii devono essere valutati clinicamente, ma la loro presenza non dimostra automaticamente una malattia professionale né dà diritto da sola a un indennizzo.
Superare 80 dB(A) significa aver causato un danno uditivo?
No. Gli 80 dB(A) rappresentano il valore inferiore di azione previsto per la prevenzione. Il danno dipende da intensità, durata, caratteristiche del rumore, condizioni individuali e misure di protezione adottate.
Chi invia la denuncia all’INAIL?
Il medico trasmette il certificato telematico. Il lavoratore comunica i riferimenti al Datore di Lavoro, che deve inviare la denuncia entro cinque giorni. Se non lavora più o il Datore di Lavoro resta inerte, il lavoratore può rivolgersi direttamente all’INAIL.
La denuncia equivale ad ammettere una responsabilità aziendale?
No. Il Datore di Lavoro deve presentarla indipendentemente dalla propria valutazione sull’origine della patologia. Sarà l’INAIL a svolgere gli accertamenti necessari.
Quanto paga l’INAIL per l’ipoacusia professionale?
Non esiste un importo fisso. La prestazione dipende dalla percentuale di menomazione riconosciuta e dai criteri stabiliti dalle tabelle INAIL.




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