Malattie professionali da movimentazione manuale dei carichi: rischi e prevenzione

Sollevare scatole, trasportare materiali, spingere carrelli, movimentare attrezzature o assistere persone non autosufficienti sono attività presenti in numerosi ambienti di lavoro.
Quando queste operazioni vengono eseguite frequentemente, con carichi difficili da afferrare, posture sfavorevoli, spazi insufficienti o tempi di recupero inadeguati, possono determinare un sovraccarico progressivo dell’apparato muscoloscheletrico.
Il danno non deriva necessariamente da un singolo episodio. Può svilupparsi lentamente attraverso l’accumulo di sollecitazioni ripetute sulla colonna vertebrale, sulle spalle e sugli arti superiori.
Secondo un approfondimento pubblicato dall’INAIL nel 2025, le malattie muscoloscheletriche rappresentano circa il 77% delle malattie professionali riconosciute. Il dato conferma quanto sia importante valutare correttamente attività che vengono ancora considerate, troppo spesso, normali gesti di lavoro. Consulta l’opuscolo INAIL sulla movimentazione manuale dei carichi.
Quando viene diagnosticata una patologia compatibile con il lavoro svolto, il lavoratore può chiedere all’INAIL il riconoscimento della sua origine professionale. L’indennizzo non è però automatico: è necessario ricostruire l’esposizione e dimostrare il rapporto tra la malattia e le modalità con cui i carichi sono stati movimentati.

Cosa si intende per movimentazione manuale dei carichi
La movimentazione manuale dei carichi non coincide soltanto con il sollevamento di un oggetto pesante.
Il D.Lgs. 81/2008 comprende le operazioni di trasporto o sostegno di un carico effettuate da uno o più lavoratori, come sollevare, deporre, spingere, tirare, portare o spostare un carico.
Nella valutazione possono rientrare anche la movimentazione di persone, come avviene nelle strutture sanitarie, assistenziali e sociosanitarie.
L’elemento determinante non è soltanto il peso. Il rischio nasce dalla combinazione tra caratteristiche del carico, frequenza delle operazioni, distanze, posture, organizzazione del lavoro e condizioni dell’ambiente.
Il Titolo VI del D.Lgs. 81/2008 disciplina gli obblighi relativi alla movimentazione manuale dei carichi e alla prevenzione delle patologie da sovraccarico biomeccanico, in particolare quelle dorso-lombari.
Quali lavoratori possono essere esposti
Il rischio può essere presente in attività molto diverse tra loro.
Tra i settori più frequentemente interessati rientrano:
magazzini e logistica;
edilizia;
industria manifatturiera;
agricoltura;
sanità e assistenza alla persona;
commercio e grande distribuzione;
traslochi;
manutenzione;
ristorazione;
pulizie;
gestione dei rifiuti;
attività portuali;
autotrasporto e consegne.
Anche all’interno della stessa azienda l’esposizione può cambiare sensibilmente da una mansione all’altra.
Un addetto può sollevare carichi pesanti poche volte durante il turno, mentre un altro può movimentare oggetti più leggeri centinaia di volte. Entrambe le situazioni devono essere analizzate, perché il sovraccarico dipende anche dalla frequenza, dalla durata e dalla postura.
Infortunio e malattia professionale non sono la stessa cosa
Un dolore alla schiena comparso durante il sollevamento di un carico può derivare da un evento improvviso oppure da un processo sviluppato nel tempo.
Si può parlare di infortunio quando il danno è collegato a un episodio concentrato e riconoscibile, come un movimento brusco o la perdita improvvisa del controllo del carico.
La malattia professionale è invece generalmente legata a un’esposizione prolungata. Il danno può manifestarsi gradualmente dopo mesi o anni di movimentazioni ripetute.
La distinzione deve essere valutata dal punto di vista medico e assicurativo. Non dipende soltanto dal momento in cui il lavoratore avverte dolore, ma dalle modalità con cui si è sviluppata la patologia.

Quali malattie può causare la movimentazione dei carichi
Il tratto maggiormente interessato è quello lombare della colonna vertebrale, sul quale possono concentrarsi sollecitazioni elevate durante il sollevamento, il trasporto, la spinta o il traino.
Tra i disturbi associati al sovraccarico possono rientrare lombalgia, lombosciatalgia, discopatie, protrusioni ed ernie discali lombari, alterazioni degenerative della colonna, dolore muscolare persistente e limitazione dei movimenti.
Non tutte queste condizioni sono automaticamente riconosciute come malattie professionali. Mal di schiena, discopatie ed ernie possono dipendere anche dall’età, da precedenti traumi, caratteristiche individuali, attività extralavorative e altri fattori.
L’accertamento deve quindi collegare la diagnosi alla storia lavorativa e alle condizioni effettive di esposizione.
Spalle e arti superiori possono essere coinvolti
La movimentazione dei carichi può sollecitare anche spalle, gomiti, polsi e mani, soprattutto quando gli oggetti devono essere sollevati sopra l’altezza delle spalle, afferrati con difficoltà o spostati ripetutamente.
Possono manifestarsi tendinopatie della spalla, disturbi della cuffia dei rotatori, epicondiliti, disturbi muscolo-tendinei, infiammazioni del polso, neuropatie periferiche e sindrome del tunnel carpale.
Queste patologie sono più frequentemente associate a una combinazione di fattori: forza, ripetitività, posture incongrue e recupero insufficiente.
È quindi importante distinguere la movimentazione manuale dei carichi dal lavoro ripetitivo degli arti superiori, anche se le due esposizioni possono essere presenti contemporaneamente nella stessa mansione.
Il peso non è l’unico elemento da valutare
Uno degli errori più comuni consiste nel valutare il rischio sulla base del solo peso riportato sulla confezione.
Lo stesso carico può comportare livelli di rischio molto differenti. Una scatola può essere relativamente leggera, ma diventare difficile da movimentare se è ingombrante, priva di impugnature, instabile, lontana dal corpo, collocata sul pavimento o sopra le spalle, trasportata per una lunga distanza o sollevata molte volte durante il turno.
Anche la velocità richiesta, la presenza di ostacoli e la possibilità di controllare autonomamente il ritmo incidono sul rischio.
Non esiste un unico peso massimo valido per tutti
Il D.Lgs. 81/2008 non stabilisce un singolo peso massimo applicabile indistintamente a qualsiasi lavoratore e attività.
I valori di riferimento utilizzati nei metodi tecnici costituiscono soltanto il punto di partenza della valutazione. Devono essere corretti considerando sesso ed età della popolazione lavorativa, altezza iniziale e finale del sollevamento, distanza del carico dal corpo, torsione del tronco, qualità della presa, frequenza e durata delle operazioni, condizioni dell’ambiente e caratteristiche individuali rilevanti.
Affermare che un carico sia sicuro soltanto perché pesa meno di un determinato numero di chilogrammi può quindi portare a una valutazione incompleta.
Quali fattori aumentano il rischio
L’Allegato XXXIII del D.Lgs. 81/2008 individua diversi elementi da considerare.
Caratteristiche del carico
Il rischio può aumentare quando il carico è:
troppo pesante;
ingombrante;
difficile da afferrare;
instabile;
dotato di spigoli o superfici pericolose;
collocato in una posizione che obbliga a piegarsi o allungarsi;
movimentato lontano dal tronco.
Sforzo fisico richiesto
Lo sforzo diventa più critico quando:
è eccessivo;
può essere effettuato soltanto con una torsione del tronco;
comporta un movimento brusco;
viene eseguito in una posizione instabile;
deve essere ripetuto frequentemente.
Ambiente di lavoro
Anche l’organizzazione degli spazi può trasformare un’operazione apparentemente semplice in una condizione rischiosa.
Devono essere considerati:
spazio insufficiente;
pavimenti sconnessi o scivolosi;
presenza di gradini;
dislivelli;
ostacoli lungo il percorso;
illuminazione inadeguata;
temperature elevate o molto basse;
ventilazione insufficiente;
superfici di appoggio poste ad altezze sfavorevoli.
Organizzazione dell’attività
Il rischio può aumentare quando il lavoro prevede:
distanze elevate;
ritmi imposti;
pause insufficienti;
periodi di recupero inadeguati;
turni prolungati;
carichi movimentati in condizioni variabili;
personale insufficiente;
mancata disponibilità di ausili.
Una valutazione attendibile deve ricostruire tutte queste condizioni e non limitarsi a una descrizione generica della mansione.
Come si valuta il rischio da movimentazione manuale
L’articolo 168 del D.Lgs. 81/2008 richiama l’utilizzo delle norme tecniche come criteri di riferimento per la valutazione e la riduzione del rischio.
Il metodo deve essere scelto in base all’attività. Per il sollevamento possono essere utilizzati metodi derivati dall’equazione NIOSH e dalle norme della serie ISO 11228. Per le attività di traino e spinta vengono valutate le forze necessarie per avviare e mantenere lo spostamento.
La movimentazione dei pazienti richiede invece strumenti specifici, capaci di considerare numero e caratteristiche dei pazienti, spazi, ausili disponibili e organizzazione dell’assistenza.
La valutazione deve distinguere sollevamento e abbassamento, trasporto, traino e spinta, movimentazione di persone, compiti complessi o variabili ed eventuali movimenti ripetuti degli arti superiori.
Le norme tecniche e le linee guida costituiscono criteri di riferimento per l’analisi e il contenimento del rischio.

Cosa deve fare il Datore di Lavoro
Il primo obiettivo previsto dalla normativa è evitare, quando possibile, la movimentazione manuale dei carichi. Questo può avvenire modificando il processo, automatizzando alcune operazioni oppure introducendo attrezzature idonee.
Quando non è possibile eliminare completamente la movimentazione manuale, il Datore di Lavoro deve valutare il rischio, organizzare correttamente i posti di lavoro, ridurre il peso o le dimensioni dei carichi, fornire mezzi e ausili adeguati, limitare frequenza e durata delle operazioni, garantire informazione, formazione e addestramento, attivare la sorveglianza sanitaria quando necessaria, verificare l’effettivo utilizzo delle misure e aggiornare la valutazione quando cambiano le condizioni di lavoro.
La prevenzione non può esaurirsi nella consegna di una procedura o nella spiegazione della postura corretta.
La formazione non sostituisce gli ausili
Insegnare al lavoratore a piegare le ginocchia, mantenere il carico vicino al corpo ed evitare la torsione del tronco è utile, ma non risolve un’attività progettata male.
Se il carico è eccessivo, il percorso è pieno di ostacoli, il piano di deposito è troppo alto o i ritmi non permettono il recupero, la sola tecnica di sollevamento non è sufficiente.
Gli interventi possono comprendere sollevatori, paranchi, transpallet, nastri trasportatori, carrelli adeguati, piattaforme regolabili, letti e barelle assistiti, ausili per la movimentazione dei pazienti, riduzione del peso delle confezioni, impugnature più accessibili, riorganizzazione delle scaffalature, avvicinamento dei materiali alla postazione, eliminazione di dislivelli e ostacoli, manutenzione delle ruote e revisione di frequenze e turnazioni.
L’obiettivo deve essere ridurre lo sforzo richiesto, non chiedere al lavoratore di compensare con maggiore attenzione un’organizzazione inadeguata.
Trainare e spingere non significa eliminare il rischio
Utilizzare un carrello può ridurre la necessità di sollevare il carico, ma introduce una diversa forma di impegno fisico.
La forza richiesta dipende dal peso complessivo trasportato, dal diametro e dallo stato delle ruote, dalla manutenzione del carrello, dalla pendenza e dall’irregolarità del percorso, dalla presenza di soglie, dall’altezza delle impugnature, dalla distanza, dalla frequenza degli spostamenti e dallo spazio disponibile per le manovre.
Un carrello sovraccarico o con ruote danneggiate può richiedere forze molto elevate. È quindi necessario valutare anche le operazioni di traino e spinta, verificando periodicamente l’efficienza degli ausili.
La movimentazione dei pazienti richiede una valutazione specifica
Un paziente non può essere considerato come un normale oggetto.
Il livello di rischio dipende dal grado di collaborazione, dalla mobilità residua, dal peso, dalle caratteristiche della stanza e dagli ausili disponibili.
Trasferire una persona dal letto alla carrozzina, riposizionarla o sostenerla durante la deambulazione può generare carichi elevati e movimenti imprevedibili.
La prevenzione deve considerare numero e caratteristiche dei pazienti, personale disponibile, spazi intorno ai letti, sollevatori e ausili minori, regolazione dei letti, procedure di trasferimento, formazione pratica, manutenzione delle attrezzature e gestione delle emergenze.
La disponibilità di un sollevatore non è sufficiente se l’ausilio non è facilmente raggiungibile, non è adatto al paziente o non viene utilizzato durante il lavoro reale.
Sorveglianza sanitaria e sintomi da segnalare
La sorveglianza sanitaria permette di individuare precocemente disturbi compatibili con il sovraccarico e di verificare l’idoneità del lavoratore alla mansione.
È importante comunicare al medico competente dolore lombare ricorrente, rigidità della schiena, dolore irradiato alla gamba, formicolio, perdita di sensibilità, riduzione della forza, dolore persistente alla spalla, difficoltà nel sollevare il braccio o dolore a gomito, polso e mano, soprattutto quando i sintomi peggiorano durante il turno.
La presenza di dolore non dimostra automaticamente l’esistenza di una malattia professionale. Può però indicare la necessità di approfondire la situazione sanitaria e riesaminare la valutazione del rischio.
Il giudizio di idoneità e le eventuali prescrizioni devono essere tradotti nell’organizzazione concreta del lavoro, evitando che il lavoratore continui a svolgere attività incompatibili con le limitazioni indicate.
Quando la patologia può essere riconosciuta dall’INAIL
In Italia è previsto un sistema misto.
Sono tutelate sia le malattie presenti nelle tabelle ufficiali, quando ricorrono le condizioni indicate, sia le patologie non tabellate per le quali il lavoratore riesca a dimostrare l’origine professionale.
La tabella delle malattie professionali nell’industria, aggiornata con il decreto del 10 ottobre 2023, comprende l’ernia discale lombare associata alla movimentazione manuale di carichi svolta in modo non occasionale e in assenza di ausili efficaci.
Per questa patologia è previsto un periodo massimo di indennizzabilità di un anno dalla cessazione della lavorazione.
Le patologie degli arti superiori possono essere considerate nell’ambito delle malattie da sovraccarico biomeccanico quando le attività comportano movimenti ripetuti, uso di forza e posture incongrue.
Le condizioni precise sono riportate nelle tabelle delle malattie professionali pubblicate in Gazzetta Ufficiale.
La presenza della patologia nella tabella facilita il riconoscimento quando coincidono malattia, lavorazione e periodo indicato. Non significa però che qualsiasi ernia del disco riscontrata in un lavoratore addetto ai carichi venga automaticamente attribuita al lavoro.
Cosa valuta l’INAIL
Durante l’istruttoria, l’INAIL deve verificare la diagnosi e il collegamento con l’esposizione professionale.
Possono assumere rilievo il certificato medico, le visite specialistiche, gli esami diagnostici, la cartella sanitaria e di rischio, la storia lavorativa, le mansioni effettivamente svolte, il peso e le caratteristiche dei carichi, la frequenza delle movimentazioni, la durata giornaliera dell’attività, le altezze di prelievo e deposito, le distanze di trasporto, le posture, la valutazione aziendale del rischio, i metodi utilizzati, la presenza e il reale utilizzo degli ausili, i precedenti traumi o patologie e i fattori individuali ed extralavorativi.
Una risonanza magnetica può dimostrare la presenza di un’ernia o di una discopatia, ma non ricostruisce da sola la causa della malattia.
È necessario dimostrare che l’esposizione professionale sia stata compatibile, per intensità e durata, con la patologia diagnosticata.

Come si presenta la denuncia di malattia professionale
Il lavoratore che sospetta una malattia professionale deve rivolgersi a un medico.
Il medico trasmette telematicamente all’INAIL il certificato di malattia professionale. Il lavoratore deve comunicare al Datore di Lavoro i riferimenti del certificato entro 15 giorni.
Il Datore di Lavoro deve inviare la denuncia all’INAIL entro cinque giorni dalla comunicazione ricevuta.
La denuncia deve essere presentata anche quando l’azienda ritiene che la patologia non sia collegata al lavoro. Spetta all’INAIL effettuare gli accertamenti necessari.
Il lavoratore non più occupato può rivolgersi direttamente all’Istituto. Può procedere personalmente anche in caso di inerzia del Datore di Lavoro. La procedura è descritta nella pagina INAIL sul riconoscimento della malattia professionale.
Cosa deve verificare l’azienda dopo una segnalazione
Una segnalazione di sospetta malattia professionale non deve essere gestita soltanto come una pratica amministrativa.
L’azienda dovrebbe verificare se il DVR descrive le movimentazioni realmente eseguite, se sono state considerate tutte le mansioni, se i dati su pesi e frequenze sono aggiornati, se il metodo di valutazione è adeguato, se gli ausili sono disponibili e realmente utilizzati, se carrelli e attrezzature sono mantenuti correttamente, se scaffalature e piani di lavoro sono organizzati bene, se i ritmi consentono un recupero adeguato, se sono rispettate le prescrizioni del medico competente, se altri lavoratori hanno segnalato sintomi simili e se formazione e addestramento corrispondono alle operazioni effettive.
Se emerge una criticità, non è sufficiente modificare formalmente il documento. Devono essere riviste le condizioni che determinano concretamente il sovraccarico.
Valutare il lavoro reale per prevenire il sovraccarico
La movimentazione manuale dei carichi è spesso distribuita tra molte operazioni brevi e può risultare difficile da percepire come un rischio unitario.
Una valutazione efficace deve osservare il ciclo di lavoro completo: da dove viene prelevato il carico, come viene afferrato, quale percorso compie, dove viene depositato e quante volte l’operazione viene ripetuta.
81 Sicurezza affianca le imprese nella valutazione dei rischi, nella redazione e nell’aggiornamento del DVR, nella formazione dei lavoratori e nell’individuazione delle misure tecniche e organizzative necessarie.
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Domande frequenti sulla movimentazione manuale dei carichi
Cosa rientra nella movimentazione manuale dei carichi?
Rientrano il sollevamento, l’abbassamento, il trasporto, la spinta, il traino, lo spostamento e il sostegno manuale di oggetti o persone.
Esiste un peso massimo consentito per legge?
Non esiste un unico peso massimo valido per ogni situazione. La valutazione deve considerare peso, frequenza, postura, distanza dal corpo, altezza, qualità della presa, ambiente e caratteristiche della popolazione lavorativa.
Un carico leggero può comunque essere rischioso?
Sì. Un oggetto leggero può generare sovraccarico se viene movimentato molto frequentemente, lontano dal corpo, con posture incongrue o senza tempi di recupero adeguati
Il mal di schiena è sempre una malattia professionale?
No. La lombalgia può avere diverse cause. Per il riconoscimento devono essere valutati la diagnosi, la storia lavorativa, l’esposizione e gli eventuali fattori extralavorativi.
L’ernia del disco può essere riconosciuta dall’INAIL?
Sì, quando vengono accertati i requisiti sanitari e professionali. La tabella comprende l’ernia discale lombare associata a determinate condizioni di movimentazione manuale non occasionale.
Un corso sulla postura è sufficiente?
No. La formazione è necessaria, ma non sostituisce ausili, corretta progettazione delle postazioni, riduzione dei carichi e organizzazione adeguata del lavoro.
Anche traino e spinta devono essere valutati?
Sì. Carrelli, transpallet manuali, barelle e altri sistemi di trasporto possono richiedere forze elevate, soprattutto in presenza di sovraccarico, ruote usurate, pendenze o pavimenti irregolari.
Chi presenta la denuncia all’INAIL?
Il medico invia il certificato telematico. Il lavoratore comunica i riferimenti al Datore di Lavoro, che deve trasmettere la denuncia entro cinque giorni.




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